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fino a esaurimento scorte


Diario


1 agosto 2006

resteranno

sono stati giorni lenti,alcune cose resteranno.
resteranno le notti insonni passate con gli occhi sgranati nel buio e le guance infuocate. resteranno le mattine in cui, addosso ancora i pantaloncini con cui dormo, all’edicola ho biascicato “republicah” e resterà la lettura delle prime pagine col caffè sul fuoco. (I morti e le tavole imbandite, i morti e le mani che si stringono, i morti ed i sorrisi ai fotografi. Negoziati, trattati di pace, risoluzioni. addosso resta l’indignazione, la rabbia, la rassegnazione e la paura, niente a cui l’uomo non si sia abituato).

resteranno i momenti passati coi colleghi in ufficio, a ridere per qualcosa di piccolo, a smezzarsi sigarette. resteranno gli occhi di Letizia dritti nei miei, e l’incapacità di trattenere le emozioni.
resteranno i momenti in cui ho letto Utz sdraiata nel prato, l’erba sotto la schiena ed una sigaretta tra le labbra. Resterà l’abbraccio con l’amico che domani parte e ci si rivede tra un mese. “m’arraccuman’”, “pure a te”.

resterà il momento in cui guardo la copia di “utz” sulla scrivania, e “l’insostenibile leggerezza dell’essere” sullo sgabello e “il silenzio delle sirene” di Kafka sulla prima mensola. E pare che tutto, ancora una volta, mi parli di Praga. resterà quell’attimo in cui guardo ancora il calendario. E cerco un volo economico. E lo trovo.
resterà il momento in cui respiro forte come a voler già annusare l’aria nuova. Venti giorni, più o meno, e poi, per un po’, Praga sarà anche mia. Soltanto.




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24 luglio 2006


E da domani sera casa mia sarà nuovamente solo mia. Tutti a Genova. "vuoi venire pure tu?", "no, c'ho da consegnare i moduli all'università entro il 28 e non ho ancora capito come si fa".
Così, io resto.
Di nuovo la mattina la colazione sarà nel silenzio, di nuovo potrò fumare in ogni dove, anche se il posto preferito resta il davanzale della mia stanza, di nuovo non ci saranno orari in cui mangiare. Di nuovo dormirò in un letto a due piazze, che poi certe sere pare troppo grande.
Mi piace vivere casa mia, camminare scalza, prendermi cura di me, non dover parlare per forza. Che certe volte poi lo spazio è troppo grande ed il silenzio troppo denso, certe volte. In quelle volte, ricomincio da me.




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23 luglio 2006


Santa Maria La Nova, il posto di sempre. Gli altri sono i soliti. Mi annoio e sorrido a chi capita, mi offrono una birra, scrocco un paio di sigarette, "vuoi fumà?", "dopo". C'è una ragazza tedesca, ancora una volta mi trovo a parlare della partenza che ancora tanto imminente non è.Le risposte sono le stesse delle mie ultime conversazioni con chiunque:
No, non lo so il tedesco.
Si, chiaro, lo imparerò.
Già, non vedo l'ora di partire.
No, ad agosto non ho programmato nulla. Forse qualche giorno in Salento. Forse qualche altro nella casa di P. a Procida.
Poi il diversivo. Un ragazzo che non conosco, italiano, sentendomi parlare con la tedesca, mi chiede, in inglese lento, "e yu?wer ar yu fromm". Ed io resto così. E' un attimo, scelgo di divertirmi, per poco. "from Deft". "rilly!!". Non sono in vena. Duro poco, qualche minuto e mi costituisco. "no senti, sono di napoli pure io". "wà, m'hai fatt' ".
 
un' altra birra e me ne torno a casa. Voglia di film.
Lost in Translation. Giro il letto, cerco la posizione ideale, ed ecco.
Le scene sono tagliate al punto giusto, Tokio ne viene fuori nitida e caotica, i protagonisti sinceri, i dialoghi essenziali, i passaggi silenziosi. Scivola via. E si porta dietro il suono di una promessa sussurrata, percettibile appena, esile. Una promessa come un segreto.
Appagante
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21 luglio 2006

troppa.

Circa un anno dopo e ancora non ci riesco, a parlare dell'India.

Posso parlare ora di una borsa piena solo per metà, dell'impatto con Nuova Delhi ed i suoi odori ed il suo traffico ed i suoi uomini. Posso parlare di caldo estenuante e di mani tese. Di un marciapiede su cui convivono mucche, cinghiali, bambini, barbieri. Barbieri. Sul marciapiede. Insieme a tutto il resto. Posso parlare di sguardi colmi di curiosità, senza ombra di invidia per chi è diverso. Senza ombra di rabbia, per questi stupidi turisti. Posso parlare del disagio prima di scattare foto. Così chiedevo, prima. "can i take a photo?". E quando Rubhina l'inglese non sapeva capirlo ed io l'hindi non sapevo parlarlo, è bastato un sorriso. Un cenno del capo. Rubhina. Posso parlare di templi. Religioni che si incontrano tutte sullo stesso terreno. E convivono. La chiesa cristiana, la moschea mussulmana, il tempio sikh, e i colori degli induisti. Posso parlare di quanto è labile il confine tra umiltà, fede, rassegnazione ed humanitas. Posso parlare di un canto continuo che la sera riecheggiava nell’aria. Posso parlare dei minareti e delle leggende. Posso parlare del deserto, che non l’avevo mai visto, che non c’entrava tutto negli occhi, che  non ne vedi la fine,che lascia troppo tempo, il deserto. Posso parlare di villaggi di bambini. Di Samah, bambina madre. Infinitamente più grande della sua età. Posso parlare del contrasto tra una popolazione che vive con un pugno di riso e famiglie che vivono negli Hilton. Posso parlare della sensazione che si ha, camminando a piedi nudi nei loro luoghi.  Posso parlare di notti dal sonno spossato e tormentato. Di scene che mi sono rimaste impresse nella retina. Posso parlare di donne anziane che impastano letame perché diventi combustibile. E di quel bambino che mi chiese dello shampoo e una matita.
New Delhi, Agra, Jodpur, Jaisalmer, Udaipur, Pushcar.
Posso parlare di questo. E lo faccio balbettando, frammentando. Ma non riesco a raccontare.

L’India, è troppa. Le parole non possono reggerla tutta.
Resta addosso, Lei. E a chi torna, spesso resta il silenzio.




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20 luglio 2006

un ricordo

Nuova Delhi, venticinque agosto duemilacinque,
sikhism temple.




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20 luglio 2006

ci sono state

ci sono state sigarette fumate al chiostro di lettere, in attesa dell' esame di un amico, in attesa di un esame per me.ed il chiostro di lettere, per me giurisprudente, diventa oasi. contaminata.

ci sono state sigarette fumate sul terrazzo di giorgia, ascoltando i suoi ricordi, mischiandoci dentro i miei, assorbendo silenzi, lasciando sorrisi.

ci sono state un paio di sigarette fumate sulle scale d'emergenza, aspettando che si aprisse la porta del dottor N., uomo disponibile come pochi che mi fa da guida nella burocrazia universitaria necessaria a preparare l'espatrio, necessaria a preparare l'erasmus. il mio, questa volta.

ci sono state cuffiette nelle orecchie per coprire il vociare degli altri studenti in attesa. ci sono state un paio di lacrime, riflessi incondizionati di un momento. e una scrollata di spalle. e un sorriso.

ci sono state carezze sui capelli, ricevute dalle uniche mani che tollero. per il resto no, non vi avvicinate, non ci provate nemmeno. per il resto mordo. e non abbaio, prima.




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17 luglio 2006


e così scopro che di rancore non sono capace. non alla lunga. e dopo le urla e i calci contro il muro. dopo le bestemmie e i pugni improvvisi sul volante. dopo le canzoni urlate senza che nessuno avesse il coraggio di dirmi "bellè,hai stonato". dopo tutto, dico, di rancore non sono capace.
e anche se ora tutto sa di fogna, anche se guardandoti, ora, probabilmente mi verrebbe da vomitare, certe cose non voglio scordarle.

comincio col ricordarmi che certe volte anche nelle macchie d'olio sull'asfalto si crea l'arcobaleno.
io, a te, voglio ricordarti con tenerezza. ecco tutto.




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17 luglio 2006


non lo sei stato "uno tra gli altri", non è esatto. Lo diventerai, questo sì.
non lo sei stato quando quella mattina bastò uno sguardo, e nemmeno quando un piccolo impercettibile contatto creò un mondo. non lo sei stato "uno tra gli altri", perchè mi ispiravi, perchè mi stupivi, perchè mi bastavi. solo, mi bastavi. senso di sazietà. e non lo sei stato "uno tra gli altri", altrimenti non si sarebbe spiegata la mia voglia di darti il meglio, darti tutto. ricamare coperte di parole e gesti e sguardi e carezze. quindi non diciamo cazzate, "uno tra gli altri" non lo sei stato.

lo diventerai, questo sì.
un po' per sopravvivenza, un po' per autodifesa, un po' perchè è giusto che sia così. sei stato vigliacco. e prevedibile per tutti, meno che per me. scivoli tra le dita, ti lascio andare.

e stasera ci vorrebbe un buon film.




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16 luglio 2006


spengo la sigaretta e comincio.
non comincio, ancora una volta. questo esame martedi andrà a puttane, diciamocelo. ho bisogno di mandare a puttane qualcosa, l'esame di diritto internazionale non è poi tanto grave. ho bisogno di fermare il tempo, di dire "Oh, tregua, basta". ho bisogno di stare lontano da qui, ho bisogno di una di quelle scogliere scozzesi, quelle a strapiombo sul mare. ho bisogno di respirare quel profumo lì. ho bisogno di lunghi viaggi in macchina, di darmi il cambio con Paola a guidare. di stare al posto passeggero ed incrociare il mio sguardo nello specchietto e di socchiudere gli occhi e di sentire il vento sulla faccia e sapere che passerà. che passerà prima del prossimo aprile, mese con una data su tutte cerchiata in rosso. è chiaro che passerà.

è un gioco vecchio quanto il mondo.
e tu sei stato nient'altro che uno tra gli altri.




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16 luglio 2006

che poi

che poi probabilmente in questo periodo di tutto avrei bisogno, fuorchè di aprire un blog.
è una contraddizione in termini.
misantropa come sono.
riservata come sono.
beffarda e cinica. dolce e stanca. stanca soprattutto, apro un blog.

quanto durerà e quanto lo sopporterò, non ne ho idea.
aprò un blog e ogni tanto ci scriverò qualcosa.
per la mia naturale tendenza a gettare sassolini negli stagni.
e qualcosa nei pozzi.




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